Il recente intervento di un ricercatore dell’Università di Brescia, Giulio Palermo, sulle pagine de Il Manifesto, ha gettato sale sulle ferite del corpo martoriato della ricerca del Belpaese: merito indiscutibile di questo intervento volontariamente polemico è stato di riaprire un fruttuoso dibattito nella sinistra critica riguardo alle condizioni materiali e professionali dei ricercatori precari e della opportunità delle loro richieste. Palermo attacca frontalmente l’opportunistica ambiguità di molti di coloro che richiedono a gran voce l’entrata in ruolo o la stabilizzazione nei ranghi accademici, ma siamo certi che il discorso possa essere tranquillamente allargato alla situazione dei precari negli enti pubblici di ricerca.
La lettera in un passaggio cruciale riporta quanto segue “Innanzi tutto: smettetela di chiamarvi ricercatori precari! Voi non siete né ricercatori, né precari. Non siete ricercatori – e lo sapete fin troppo bene – perché a questa funzione, in Italia, si accede per concorso, e voi questo concorso (truccato) non l’avete ancora vinto. Non siete nemmeno precari perché la precarietà lavorativa significa innanzi tutto un rapporto di dipendenza dalle forze impersonali del mercato, che in voi non esiste. Il lavoratore precario non ha un padrone; ne ha infiniti.”
La lettera aperta individua nel sistema della cooptazione la causa delle disfunzioni che stanno affossando la ricerca pubblica in Italia (ma non era la mancanza cronica di fondi?). Lo diciamo senza perifrasi: combattere la cooptazione ed il nepotismo nella ricerca pubblica non è solamente un dovere civile, se di civiltà si può parlare nel modo di produzione capitalistico nella sua attuale fase neocorporativa transnazionale, ma è una necessità, un’istanza di progresso, di sopravvivenza del sistema economico, di difesa della cultura da coloro che la disprezzano. Ma non solo. La cooptazione va combattuta perché annulla il pensiero critico e la sua valenza di motore del progresso scientifico e della ricerca della verità, delle connessioni interne (che se fossero immediatamente visibili non avrebbero bisogno della scienza) che animano il nostro organismo sociale.
La cooptazione inibisce il pensiero critico e creativo in più modi: il primo è nelle modalità di reclutamento che pongono un freno ed un controllo preventivo a monte all’ingresso di soggetti che non appartengono o non si riconoscono in un paradigma dominante. Ancor più grave è che formalmente questo reclutamento viene mascherato dietro ad un concorso pubblico nazionale, dove le probabilità di vincere dovrebbero essere uguali per tutti. In questo caso si configura un vero e proprio problema di arrogante illegalità rivolta contro quei lavoratori onesti che aspirano al mestiere privilegiato del pensare. Corollario di questo modo medievale di gestire i rapporti di potere è l’uso improprio di denaro pubblico per fini privati, perchè bisogna ricordarglielo a molti che l’Università e gli enti di ricerca appartengono ai cittadini (da non intendersi in senso liberale per carità!), che li finanziano con un apparato fiscale scandaloso, ma perfettamente razionale nella logica capitalistica (questo teatrino marcio, questo grande equivoco pseudo-socialista delle politiche di ispirazione keynesiana che si rovescia nel suo contrario, in universalismo sbilanciato, tolgo ai salari e taglio la spesa sociale per redistribuire alla borghesia di stato ed al miserrimo capitale italiano). Contestualmente, ma non casualmente, c’è in atto un crescente processo di proletarizzazione dei ricercatori, che comporta un rabbassamento ed uno svilimento del lavoro intellettuale in lavoro tecnico-esecutivo e mansionario-ripetitivo: il legame che si viene a creare fra cooptatori e cooptato diviene di tipo familistico-associativo, in cui l’unica regola è la fedeltà assoluta al capo-cosca. Inutile sottolineare cosa comporti tutto ciò nel libero sviluppo delle facoltà intellettuali di un ricercatore, il cui fine dovrebbe essere di porsi delle domande, avere dei dubbi, risolvere i problemi che riguardano tutti. Ed invece egli con la sua servitù intellettuale diviene allo stesso tempo vittima e carnefice di un sistema che si riproduce con i suoi cascami e che si stà sempre più autonomizzando nelle sue regressive logiche autoreferenziali.