Generalmente la storiografia musicale “ufficiale” pone la nascita del jazz-rock o jazz elettrico con le famose incisioni nel 1969 di In a Silent Way e di Bitches Brew del gruppo di Miles Davis. Si parlò allora di rivoluzione elettrica del jazz, che iniziò il padre (Davis), e che perpetuarono i figli e figliastri (i musicisti che incisero con Davis in quelle storiche sedute). Di semplificazione storica trattasi: c’erano già stati degli episodici e timidi tentativi di elettrificazione di stumenti acustici nel jazz, operati per lo più attraverso la commistione con la musicale popolare nera (soul, funky e rhythm & blues) o per l’influenza della musica contemporanea europea (la sfavillante Don Ellis Orchestra per citare il caso più eclatante), per non parlare di quell’assoluta variabile fuori tempo rappresentata da Sun Ra e dalla sua Arkestra. Tutt’al più qualche savio sconsiderato citava altresì la genia del rock e del jazz inglese più sperimentale che fa capo ai Soft Machine ed al rock patafisico di Canterbury: l’Inghilterra in quegli era un calderone ribollente dove tutti suonavano con tutti e l’impossibile diveniva possibile.
Fra le realtà più felici di quel periodo ci furono formazioni come i Lifetime di Tony Williams e la grande Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin che rappresentarono il meglio di uno stile, la fusion, che ha avuto molti meriti, che oggi in verità ben pochi riconoscerebbero, ma si è macchiato anche di grosse colpe. La sintesi di approccio improvvisativo di derivazione afroamericana o jazz e di strumentazione elettrica ed il recupero di idiomi folclorici estranei al jazz che questi musicisti attuarono, è riuscita miracolosamente a non cadere vittima di arrangiamenti e suoni plastificati, spettacolarità fine a sé stessa, megalomania esecutiva (le colpe di cui sopra) e a resistere alla critica più implacabile e dura: quella del tempo che scorre, inghiotte e risputa stilemi e mode.
Anthony Williams (1945-1997) è stato il più influente batterista jazz moderno insieme ad Elvin Jones. Entrò nel gruppo di Davis a 17 anni e lasciò tutti di stucco. Con il suo stile frizzante e leggero, imprevedibilmente scomposto da esplosioni di furore di breve durata, un contrasto tra pianissimo e fortissimo abissale, il tutto guidato da una concezione del tempo musicale asimmetrica, caratterizzò più di ogni altro il suono del quintetto stellare di Davis, che pure presentava il pianismo delicato di Hancock, gli arrangiamenti brillanti di Shorter e la possente pulsazione al basso di Ron Carter. Dotato di una forte personalità, lasciò gli agi che gli consentiva far parte del combo jazz più importante del mondo per formare un gruppo proprio. L’occasione gli fù offerta dal batterista Jack DeJohnette che gli fece ascoltare un nastro di una jam session svoltasi a Londra: vi suonavano un chitarrista inglese che si chiamava John McLaughlin ed un sassofonista destinato a sicura gloria, John Surman. Quando poi ascoltò il primo disco di McLaughlin (con Surman e Tony Oxley) Extrapolation (1969), brillante blend di jazz, blues ballate acustiche e vera e propria pietra angolare del jazz europeo, non esitò un attimo a chiamare a New York il chitarrista inglese e l’organista Larry Young per formare i Lifetime: ricordiamo che era il 1969. Fu proprio ad un loro concerto che Davis adocchiò il chitarrista e l’organista: entrambi finirono per incidere con il trombettista (ma questa è un’altra storia).
Il primo disco Emergency (1969), presenta uno stile non dissimile da Extrapolation, con maggiore dinamicità e libertà data dalle caratteristiche percussive di Williams e dalla struttura di power-trio richiamata dal gruppo, a somiglianza di analoghi come Cream (guarda caso poco dopo si unì al gruppo il bassista dei Cream Jack Bruce) ed Experience. Questo album pioneristico alternava intricati passaggi scritti con brillanti spezzoni improvvisati; Williams com’era sua abitudine non segnava solamente il tempo, ma partecipava attivamente con il suo drumming alla costruzione delle melodie, mentre lo stile di McLaughlin mostra una maggiore aggressività, una sintesi di raga e flamenco, che nella Mahavishnu troverà l’acme. Unico limite di questo disco: il cantato dello stesso Williams, monocorde e sostanzialmente inutile inserito in un contesto strumentale florido.
John McLaughlin, nato nello Yorkshire nel 1942, proveniva da esperienze blues con Alexis Korner e Graham Bond, ma visse anche sei mesi in Germania suonando free-jazz con Gunter Hampel. Si è dimostrato immediatamente come uno dei più originali chitarristi europei (ascoltatevi anche Where Fortune Smiles sempre con Surman, Holland) e tale originalità la si coglie nell’album pre-Mahavishnu My Goal’s Beyond (1970), dove ad un’introduzione di due pezzi di jazz fortemente influenzato dalla musica indiana, seguono una sfilza di pezzi per chitarra acustica, fra cui una commovente Goodbye Pork Pie Hat (Mingus) e la malinconica Blue in Green (Davis-Evans). Seguendo le sue inclinazioni mistiche (era un seguace della Società Teosofica e delle religioni orientali) formò il suo nuovo gruppo assieme al batterista Billy Cobham, con cui collaborò nei progetti davisiani, prendendo il nome Mahavishnu (compassione divina, potenza, giustizia). La formazione originaria del gruppo, una vera e propria internazionale del suono, era McLaughlin alla chitarra elettrica ed acustica, il violinista americano Jerry Goodman, il ceco Jan Hammer alle tastiere, il bassista elettrico irlandese Rick Laird, ed il possente batterista nero panamense Billy Cobham come detto. La Mahavishnu rappresentò per molti un sogno farsi realtà: una musica al contempo forte ed aggressiva come quella di Hendrix, mistica ed intensa come quella di Coltrane. Con quella singolare ed esaltante fusione di rock, jazz, raga, blues e flamenco, dura senza essere hard (nel senso di hard rock), come riuscì anche ai King Crimson (Fripp ha affermato che molta della sua musica sembra più pesante di molti gruppi metal estremi a causa della sua struttura armonica più complessa), il gruppo originario incise due album Inner Mountaing Flame (1971) e Birds of Fire (1973) che accecano per la loro intensità virtuosistica: l’Orchestra fu forse l’unico esempio compiuto di quella Utopia tipica di quegli anni chiamata Musica Totale.
Entrambe gli album della Mahavishnu li trovate nella collana a basso prezzo della Columbia Legacy, mentre l’album dei Lifetime è reperibile solo di importazione con il marchio Verve (ma con il Dollaro svalutato dei nostri giorni vi costa ben poco). Vi assicuro che riascoltate a quasi qurant’anni dalla loro creazione queste opere non hanno perso un briciolo della loro freschezza e del loro impatto.