Uno dei romanzi del Leonard Cohen promettente scrittore di prosa, ancor prima di diventare autore di raffinate canzoni, è Beautiful losers. Chi meglio del chitarrista e compositore Bert Jansch può incarnare la figura dell’artista, meraviglioso perdente, ovvero dell’artista di grande talento a cui il grande pubblico volge le spalle e che inesorabilmente diviene autore di culto? O al contrario, ci sono artisti la cui alterità è irriducibile e che volontariamente stanno ai margini del mercato. A ben guardare solo il successo di massa non gli ha sorriso, perché al contrario le attestazioni di stima e di ammirazione per questo scozzese di talento non mancano, da Neil Young, il quale afferma che Jansch ha rappresentato per la chitarra acustica quello che Hendrix è stato per la chitarra elettrica, al chitarrista dei Led Zeppelin, Jimmy Page il quale affermò
“Ad un certo momento ero totalmente ossessionato da Bert Jansch. Quando sentii il primo LP [1965], non potevo crederci. Era così avanti rispetto a tutto quello che si stava producendo in quegli anni. Nessuno in America potrebbe fare quello che ha fatto lui“.
Negli ultimi anni si è ritrovato attorniato dall’affetto di musicisti di due generazioni che lo considerano uno dei più influenti chitarristi ed autore di canzoni degli ultimi 40 anni e che hanno desiderato collaborare con lui: Johnny Marr degli Smiths, il chitarrista dei Suede Bernard Butler, la cantante dei Mazzy Star Hope Sandoval.
Come accaduto per il grande John Fahey (non immune dall’influenza dello scozzese), il suo status di folk-hero mi sembra si differenzi sensibilmente da situazioni analoghe che sono spesso solo oggetto di patetica nostalgia: in un’intervista concessa ad Ernesto de Pascale, il nostro afferma con un certo orgoglio che più lui invecchia più il suo pubblico ringiovanisce. E come Fahey è oggi oggetto di riscoperta da più parti, come merita, continuando ad incidere e a suonare in giro senza sosta.
Nato a Glasgow nel 1943, ha girovagato per l’Inghilterra e l’Europa prima di stabilirsi a Londra nei primi anni 60, dove ha mostrato la sua abilità tecnica nell’uso del fingerpicking, per l’adozione di soluzioni armoniche ardite, e la sua stoffa di songwriter. Il suo stile “uggioso” che unisce la tradizione folk inglese ed il blues rurale a schegge di jazz moderno, è scandito dall’intensità della sua voce tenebrosa e appassionata. Jansch ha rappresentato l’alternativa antidivistica a Dylan: hanno iniziato più meno nello stesso periodo storico, ma con percorsi ed esiti completamente diversi. In queste note tratteremo della sua produzione in solo, evitando accuratamente le ben più note vicende dei Pentangle, gruppo bandiera del folk-revival progressivo assieme ai Fairport Convention, di cui è stato membro fondatore e leader, perché è stata già imbrattata abbastanza carta, ed inoltre perché la sua carriera solista tra folgorazioni geniali, cadute, tentazioni commerciali, grandi rinascite, è stata a mio modo di vedere molto più interessante ed eclettica, per nulla usurata dall’avanzare del tempo.
Veniamo alla sua produzione discografica più rappresentativa: il suo esordio nel 1965, edito dalla mitica etichetta Transatlantic, è subito con il botto. Il “disco blu” Bert Jansch è un classico della musica acustica popolare. Registrato a casa sua, con un solo microfono ed una chitarra presa in prestito, l’album che ha influenzato schiere di folksinger da Donovan a Nick Drake, presenta dei classici come le oscure ballate acustiche Needle Of Death e I Have No Time.
Nel 1966 registra altri due capolavori: Jack Orion è un disco di traditional riarrangiati alla Jansch, inframezzati da un omaggio all’icona della musica tradizionale inglese, Ewan McColl. Come detto non c’è sentore di vecchiume, di omaggio ai cadaveri del passato, ma solo grande classe. Un altro classico è il disco registrato assieme al compagno di avventure nei Pentangle, e altro grande chitarrista, John Renbourne: Bert & John è attraversato da ubriacanti contrappunti fra chitarre flamencate e blues e da una lenta, meravigliosa cover di Goodbye Pork Pie Hat, il pezzo che Charles Mingus dedicò a Lester Young. Forse l’unica pecca di questo disco è qualche eccesso virtuosistico (eh si, i nostri possiedono anche una tecnica eccelsa).
Nicola, edito un anno dopo, è un tentativo di vendere la musica di Bert nella Swinging London, cristalline melodie pop con arrangiamenti orchestrali e ballate blues-folk: niente da fare, Jansch è invendibile ed il disco è irresistibile, dimostrando le sue grandi doti di compositore; fra i palpiti del cuore qualche lacrimuccia scorre in Life Depends On Love.
Birthday Blues del 1969, è una specie di summa dello stile del chitarrista: pop monumentale, ballate blues, qualche intrusione elettrica; è il suo album solista in cui più si avverte l’influenza dei Pentangle.
Due anni dopo con Rosemary Lane ritorna Jansch in solitudine, chitarra acustica e voce: essenziale e di una bellezza abbacinante. Poi Bert tenta l’avventura americana, smarrendosi, tentando anche di rendere la sua musica più appetibile ad un mercato più grande, ed inevitabilmente meno fresca.
Avocet è la rinascita e forse la vetta artistica: inciso nel 1979, interamente strumentale, è una sorta di folk-jazz da camera, in cui il chitarrista, veramente ispirato, ritorna alle familiari sonorità acustiche, superbamente accompagnato dal contrabbasso possente del fidato Danny Thompson e dal violino-mandoloncello di Martin Jenkins (ex Dando Shaft).
Gli ultimi anni vedono il nostro collaborare con molti giovani musicisti del rock inglese ed americano, dimostrando una vena compositiva intatta: le caratteristiche di When The Circus Comes To Town, Crimson Moon, Edge Of A dream sono una maggiore commistione fra chitarra acustica ed elettrica, suonata dai suoi numerosi delfini (con molta umiltà Jansch affermerà che lui non è un chitarrista elettrico) e l’autoproduzione. Nel 2006 la notizia di una nuova uscita discografica per la Drag City, intitolata Black Swan.
Quasi tutta la produzione di Bert Jansch è disponibile a basso prezzo per la Castle-Sanctuary, in meravigliose ristampe cartonate, con tanto di gustosi libretti, ricchi di foto e note critiche.
La musica si nutre, data la sua astrazione, di suggestioni: quando si parla di Bert Jansch non riesco ad immaginare altro che una bottiglia di whisky mezza vuota come unica compagna, la pipa accesa che ti scalda la mano e lo spirito, ed un magnifico perdente che ti culla e ti scuote raccontando le sue storie malinconiche.