Nell’indifferenza della critica e del mercato discografico negli ultimi 20 anni ci sono stati musicisti jazz, o di quell’idea di musica che continuiamo ad identificare con tale appellativo, che hanno sfornato opere le quali hanno rivelato con autorevolezza l’anacronismo e sostanzialmente l’inutilità del purismo revivalista e del revisionismo musicale dei fratelli Marsalis et similia. Il clarinettista, compositore e didatta John Carter (1929-1991) è stato l’artefice di un progetto musicale, storico ed antropologico di grande respiro e bellezza che nell’arco di 7 anni lo ha portato ad incidere 5 suites, che vanno a comporre il polittico Roots and Folklore: Episodes in the Development of American Folk Music, un grandioso affresco di cinque suites che ripercorre la storia degli afroamericani senza retorica lacrimevole e consolatoria: Dauwhe (1982) inciso per l’italiana Black Saint, Castles of Ghana e Dance of the Love Ghosts entrambi del 1986, Fields (1988) Shadows on a Wall (1989), tutti incisi per la piccola, ma combattiva etichetta Gramavision.
John Carter era un polistrumentista (clarinetto, sax alto e tenore, flauto) nato in Texas, a Fort Worth (la stessa cittadina di Ornette Coleman, Dewey Redman, Charles Moffett, Bobby Bradford). Esponente dell’avanguardia jazz, dopo essersi laureato in musica si trasferisce in California, dedicandosi con grande passione alla didattica musicale in strutture pubbliche (anche nel ghetto nero di Watts), con sporadiche ma incisive incisioni in studio, resuscitando al pari di grandi “irregolari” come Eric Dolphy ed Anthony Braxton uno strumento considerato desueto nel jazz moderno come il clarinetto, reinventandone la sintassi alla luce delle novità apportate dalla new thing, favorendone la meritata rivalutazione, formando addirittura un quartetto di clarinetti, il Clarinet Summit, in cui si incontravavno tre generazioni di musicisti (dall’ellingtoniano Jimmy Hamilton a David Murray). Questo meraviglioso strumento è divenuto per Carter un mezzo per ricomprendere nella sua estetica il free-jazz e la musica contemporanea con la tradizione nera (il blues) e le sue ascendenze africane.
L’epopea narrativa sulla storia del popolo neroamericano raccontata in musica dal clarinettista texano si pone in continuità con opere come la Freedom Now Suite di Max Roach e The African American Epic Suite del misconosciuto Yusef Lateef, dalle sue origini africane (Dauwhe è appunto, il nome di una divinità africana della musica) alla tratta degli schiavi (i castelli, o meglio, le fortezze della Costa d’Oro servivano da centri di raccolta e detenzione per gli schiavi che attendevano l’arrivo delle navi dei negrieri); dal doloroso momento della traversata (Dance of the Love Ghosts) al faticoso lavoro forzato nei campi di cotone (Fields), per concludersi infine nell’evocazione delle grandi migrazioni interne dei primi del Novecento, lo spostamento dalle zone agricole del Sud agli insediamenti industriali del Nord, in città come Detroit o Chicago (Shadows on a Wall). Nelle grandi differenze di atmosfera e stile, le suites presentano un elemento strutturale comune: l’esecuzione è affidata ad un ottetto che sembra assumere la fisionomia di un combo New Orleans raddoppiato (il concetto di duplicità-ambiguità è una costante dell’estetica afroamericana), con clarinetto (clarinetto basso o flauto), tromba (violino), trombone (tastiere) e percussioni-basso, trasferito nell’avanguardia californiana. L’idea di comporre delle suites venne a Carter dopo un viaggio del figlio in Nigeria ed in Ghana: da una semplice intuizione nacque il progetto della saga epica in episodi, condotta con piglio documentarista ed una grande tensione etica. Il fatto curioso è che Carter non è mai stato in Africa anche se manifestò la volontà di andarvi e di suonare con i musicisti locali (come fece il suo amico Ornette Coleman), ma morì troppo presto per portare a compimento il suo sogno.
Castles of Ghana è considerato il capolavoro di Carter: prende spunto dalle fortificazioni sorte nel più importante impero medievale africano, il Ghana, che divennero nell’epoca delle tratte luoghi di detenzione per gli schiavi in attesa di essere imbarcati, venduti dai capi-tribù ai negrieri senza scrupoli. L’ottetto mostra un grande affiatamento ed è composto da Carter al clarinetto il suo amico Bobby Bradford alla cornetta; Baikida Carroll (tromba); un decano del jazz come Benny Powell al trombone; Marty Ehrlich, clarinetto basso; Terry Jenoure, che alterna violino e voce; ed i grandi maestri Richard Davis al contrabbasso ed Andrew Cyrille alle percussioni.
L’album si apre con fiati all’unisono punteggiati dai timpani e da trombe regali; il brano prosegue alternando assoli e rabbiosi collettivi free: si intuisce immediatamente come Carter sia un raffinato compositore, ma in particolare come sia completamente padrone dello strumento che sa far passare dal sovracuto lancinante al tenebroso e legnoso grave. Evening Prayer è esposto con un pianissimo che possiede la forza evocativa e descrittiva di Ellington e Mingus (pensate a Tijuana Moods). Il pathos annunciato nella prima parte dell’incisione raggiunge l’acme in Theme of desperation: ancora un pianissimo rarefatto guidato dalle pelli accarezzate da Cyrille e da una linea di basso ripetuta con cadenza drammatica, arricchito dalle campane di Ehrlich, la melodia accorata e straziante condotta dal clarinetto e dal violino, che si perde in un mugolio cantilenante di voci (la Jenoure e Bradford) che esprime crudemente la disperazione di esseri umani strappati alla loro terra, senza più prospettive.
Non trovo parole migliori per chiudere questo breve resoconto che quelle spese da Ornette Coleman in ricordo di John Carter, musicista, poeta, cantore nero:
“Deve aver sempre saputo di non essere il solo a fare quel jazz appassionato che nella ricerca e nel grido come nel lirismo più dolce non ha mai dimenticato il colore nero del blues texano”