Quando John Fahey è morto qualche anno fà, ho pensato che la condizione disagiata in cui si era venuto a trovare negli ultimi anni della sua vita fosse una beffarda e tragica nemesi della storia che lo condannava ad immedesimarsi nell’esistenza difficile di gran parte dei suoi eroi del blues rurale: Bukka White, Skip James, ma in particolare Charlie Patton. Senza troppe premesse Fahey è stato uno dei più grandi musicisti della storia della musica popolare moderna, colui che ha fatto della chitarra acustica magico strumento solista (negli anni 50 era semplicemente una pazzia voler incidere dischi strumentali di sola chitarra acustica come fece il nostro eroe, ad eccezione di Segovia in ambito colto), un’araba fenice di suoni e suggestioni, colui che ha inventato un nuovo stile chitarristico, lirico ed evocativo degli spazi aperti della sua terra, ma anche inquieto e dissonante nei suoi momenti più sperimentali, modellandolo in maniera originale sulla tradizione americana. Barry Hansen, conosciuto anche come Dr. Demento, ha detto di Fahey che “è stato il primo a dimostrare che la tecnica finger-picking, tipica della chitarra acustica country e blues, poteva essere usata per esprimere un mondo di idee musicali non tradizionali, fatto di armonie e melodie che assoceresti a Bartok, Charles Ives, o addirittura alla musica indiana”. Inoltre ha avuto un ruolo tutt’altro che marginale, come etnomusicologo, nella riscoperta delle radici musicali americane: è stato uno dei più appassionati, seri e puntigliosi studiosi di folclore americano, in particolare del blues pre-bellico.
Fahey si è sempre considerato un compositore, non semplicemente un chitarrista virtuoso: le strutture delle sue composizioni più lunghe erano quelle tipiche della musica classica, in particolare della forma sonata. Il suo stile chitarristico “sinfonico” era capace di richiamare le suggestioni più disparate, dalla musica classica russa al raga indiano, dalla musica concreta al dixieland, dal country ai compositori americani (Charles Ives su tutti), dal flamenco alla musica sacra, e naturalmente il blues del delta ed il folk bianco. Conscio della propria originalità e della novità dell’approccio definì il suo stile American Primitive Guitar, sintesi di folclore americano bianco e afoamericano. A Fahey non interessava essere il più bravo chitarrista del mondo, non aveva fregole didattiche o egocentriche, le sue esecuzioni dal vivo non erano esenti da errori, inciampi, ma quanto pathos, che naturalezza! E poi è stato uno dei più grandi chitarristi a suonare “lento”, perché possedeva una tecnica consona alle sue idee (come Thelonious Monk nel jazz moderno), e quindi per questo inimitabile, che si manifestava più sul controllo delle dinamiche e del ritmo che sulla velocità esecutiva. Fahey non è mai piaciuto ai più per questa sua refrattarietà a solleticare gli istinti più bassi del pubblico, non ha mai avuto interesse ad accattivarsi un seguito: la sua arte, ne sono certo, avrebbe avuto maggiori riscontri se non fosse stata frenata da un’incerta collocazione stilistica.
John Fahey è nato a Takoma Park, un sobborgo di Washington D.C., nel 1939. Imbraccia la chitarra a 13 anni e la sua prima infatuazione è per il bluegrass che ascolta in una delle numerose stazioni radio che mandano esclusivamente musica: quello era l’unico modo per sfuggire alle sofferenze di un’infanzia e di un’adolescenza grigia: lo stesso musicista-compositore racconta le sue vicissitudini musicali ed umane nella sua autobiografia uscita nel 2000 (How bluegrass music destroyed my life, Drag City Corporation). Successivo sarà l’amore viscerale per il blues del Delta a cambiare la sua vita: vi si dedicherà con dedizione e passione, andando a ripescare oscuri bluesmen nel profondo sud, facendoli reincidere, promuovendo la loro produzione con le sue reinterpretazioni.
Lavora per tre anni come guardiano notturno presso una stazione di servizio, ed è li, fra una bevuta e l’altra, che nasce l’alter-ego blues immaginario di Fahey, Blind Joe Death. Con questo pseudonimo nel 1959, con 300 $ prestatigli da un prete, inciderà il suo primo album in 100 copie (oggi ristampato con il titolo The legend of Blind Joe Death), realizzando il primo disco di composizioni originali per sola chitarra acustica strumentale ed aprendo la strada all’autoproduzione ed alle etichette indipendenti, fra cui la sua creatura, la Takoma Records, che oltre a presentare nel suo catalogo le migliori incisioni di Fahey, promuoverà altri guitar-hero come Peter Lang, Leo Kottke e Bola Sete. Si laurea in filosofia all’Università di Washington ed in seguito si trasferirà in California, a Berkeley, dove inizierà il mito underground di Fahey, che si farà conoscere per il carattere scontroso e ribelle (leggendari i suoi alterchi ai concerti, con altri musicisti e con il pubblico), le idiosincrasie, la sua eccentricità e la sua vena caustica contro il superficialismo di un certo folk-revival. In seguito si sposterà a Venice-Los Angeles per studiare musica popolare: risultato sarà una tesi sul beneamato Charlie Patton (pubblicata in seguito nella collana di biografie sul blues della Studio Vista, di Londra). Negli anni seguenti inciderà dischi fondamentali come Days have gone by, The Great San Bernardino Birthday Party, Requia, ed i capolavori America e Fare Forward Voyagers, After the ball, Old Fashioned Love in cui i suoi soliloqui chitarristici si fonderanno anche con nastri preregistrati, combi New-Orleans e dixieland; poi l’oblio per molti anni, causato da una salute precaria (diabete, alcolismo, morbo di Epstein-Barr).
Incredibilmente negli anni Novanta c’è stato un ritorno di interesse per Fahey da parte di un pubblico giovane, interessato ai suoni rudi del rock-noise sperimentale americano: musicisti rappresentativi come David Grubbs, Jim O’Rourke e Glenn Jones, innamorati delle sue suite per sola chitarra e musica concreta, hanno reinterpretato il suo repertorio acustico, ne hanno prodotto le ultime incisioni che, orrore per i patiti della chitarra folk, sono un campionario di distorsione sulla chitarra elettrica, hanno fatto concerti insieme a lui. Fahey con il solito sarcasmo acido affermò che non voleva più saperne nulla del suo passato di folk-hero e che, come sempre d’altronde, detestava i freaks come Jerry Garcia e l’ingenua controcultura americana della folk-society che lui conosceva bene dai tempi di Berkeley. Finirà i suoi giorni nella povertà più nera, in seguito ad un divorzio che gli farà anche perdere la casa, fra pensioni di quart’ordine e ricoveri per disperati, homeless e prostitute, tradito da un cuore malandato che non resisterà ad un’operazione.
Per chi volesse ascoltare la musica di questo geniale personaggio della storia musicale contemporanea può farlo oggi grazie alla etichetta Fantasy che ha ristampato tutte le sue incisioni Takoma degli anni 60-70, a partire dal mitico e oscuro Blind Joe Death.
La vicenda musicale di John Fahey è esemplare per i risultati, ma soprattutto ci insegna che la tradizione non è un monolite che il tempo ricopre di polvere, ma è una materia viva e pulsante, di cui solo i grandi sanno appropriarsene per travalicarne i limiti, senza rimanerne schiacciati.