L’intensa e feroce lettura di un libro di Franco Fabbri, L’ascolto tabù (Il Saggiatore), mi ha spinto alla riflessione su diverse questioni che riguardano la musica, ed in particolare le implicazioni legate ai supporti su cui tutti noi “ascoltiamo” la musica e le modalità di appropriazione e consumo della stessa.
Franco Fabbri è un bravo ed attento musicologo, uno dei pioneri della musicologia moderna in Italia, oltre ad essere un personaggio molto importante della musica italiana contemporanea essendo stato il chitarrista fondatore degli Stormy Six, gruppo capace di presentare una parabola artistica unica ed originale, che partendo dal beat e la canzone politica li ha visti approdare ad una sempre maggiore consapevolezza e ad una complessità compositiva che li accomunava all’olimpo degli Zappa, degli Henry Cow e degli Univers Zero. Le acute riflessioni di Fabbri che hanno stimolato queste brevi annotazioni sono quelle che riguardano l’Industria musicale, anzi come ho sottolineato nel titolo il mercato della musica, tanto per mettere le cose in chiaro immediatamente. Si perché bisogna ricordarlo a tanti che la musica è una merce, che passa per il mercato altrimenti non si valorizza, non si realizza in un profitto, a dispetto delle anime belle che parlano di spiritualità, creatività, genio, che “la musica non è una merce”: gli artisti non hanno mai brillato per la loro acutezza quando bisogna parlare di cose estranee alla musica, si tratti di politica, storia, economia (quando mai!) o quello che volete voi. Mi viene in mente Brecht, il quale li prendeva in giro, lui si uno dei più grandi intellettuali del ’900, dicendo che gli artisti disdegnano parlare di arte e denaro fin quando non è stato regolato il loro pagamento.
Il tema centrale di queste righe è: perché da qualche anno si vendono meno dischi in Italia? Tale fenomeno è estendibile anche ad altri paesi? La crisi che sta attraversando l’industria della musica è causata esclusivamente, come affermano in tanti, ed in particolare i discografici italiani, dal peer to peer, ovvero dalla condivisione in rete dei files audio e video, o volgarmente dal download dei files in formati compressi?
Il problema può essere affrontato da due punti di vista: ragioniamo brevemente su tali questioni. L’accusa sarebbe rivolta a tutti coloro che scaricano la musica da Internet “gratis” e di conseguenza non acquisterebbero più i cd nei “negozi”; corollario di questa posizione sarebbe la possibilità di duplicare i cd originali e quindi la “pirateria musicale” e la contraffazione. L’accusa non è di poco conto perché da più parti si è chiesta l’adozione di pene severe contro la contraffazione ed anche lo scarico dalla rete, ci sono stati dei decreti legge in tal senso ed anche delle condanne. Si può mettere sullo stesso piano un individuo che si fa una copia del suo cd preferito per sentirsela tranquillamente in automobile ed il contrabbandiere che lavora per la camorra e fa migliaia di copie del nuovo cd di Tiziano Ferro? Certo che no, sarebbe miope oltre che stupido. Ed infatti un testo recentemente approvato in sede UE (presentato dal fratello di “Montalbano sono“, Nicola Zingaretti), afferma che non può considerarsi reato chi scarica materiale dalla rete per uso privato e non a scopo di lucro. Ciò non fa altro che mettere in risalto le contraddizioni che si celano dietro il diritto di proprietà intellettuale e di copia, nonché le conseguenze della guerra scoppiata tanti anni fà fra produttori di hardware e di software: la concorrenza come forza coercitiva esterna si esercita in questo settore con l’innovazione tecnologica che come valore d’uso
Prima si parlava della poca lungimiranza riguardo alla condivisione della musica sulla rete. A tal riguardo ci sono degli sudi seri come quello curato da John Bernoff per la Forrester, che cita Fabbri nel suo libro, sull’effetto del download che arrivano ad una conclusione sbalorditiva solamente per le teste d’uovo (vuote) del’industria editoriale: il download non è causa di minore vendite anzi al contrario ha attenuato sensibilmente il calo dei fatturati dell’industria discografica. Il motivo è probabilmente da ricercarsi in quello che affermavano anche Ala – Fabbri – Fiori – Ghezzi (1985) in un loro vecchio studio, ovvero che chi condivide la musica in rete è anche un forte acquirente di musica, un consumatore che spende una parte non trascurabile del proprio reddito disponibile per la merce cultura. Quindi gli strali lanciati dai discografici italiani sono francamente immotivati.
Un altro motivo da non sottovalutare è la qualità audio dei file MP3 che secondo il mio criticabile parere lascia molto a desiderare specialmente se consideriamo la qualità delle rimasterizzazioni di molti dei cataloghi. E comunque si è aperta una competizione nella creazione di formati di compressione sempre più efficienti dal punto di vista della resa audio (EAC, APE, Atrac,ecc).
Quindi, sentendo anche il parere di alcuni addetti ai lavori, penso ci siano altri fattori ad origine della crisi delle vendite. A mio modo di vedere il più importante è certamente il crollo generalizzato dei consumi: nell’ultimo decennio i salari reali sono rimasti al palo o sono diminuiti, c’è stata una diffusa perdita di potere d’acquisto per i salariati italiani: anche recenti studi sono arrivati alla conclusione che i salari italiani sono fra i più bassi di Europa. E’ veramente curioso il fatto che da nessuno abbia sentito citare i tagli alla spesa sociale, o la scellerata adozione di parassitarie strategie della borghesia italiana che, dopo la rimozione della leva della svalutazione della lira, ha scelto la strada dei salari bassi e dell’evasione fiscale invece di puntare su settori innovativi ad alto valore aggiunto e sulla R&S: ci si limita a piagnucolare e a richiedere l’abbattimento dell’IVA al 4%. Mi viene in mente un frammento televisivo notturno visto in una notte di disperata noia; qualche decennio fa, con protagonista Giangiacomo Feltrinelli.. Ad un giornalista che gli chiedeva come aumentare le vendite dei libri, il noto editore rispose “salari più alti, più tempo libero”. Erano altri tempi: Feltrinelli, l’uomo più ricco d’Italia a quei tempi, a 17 anni stava sulle colline, fuggiasco, con una brigata partigiana, non raccontava barzellette e non recitava la tragica parodia del dongiovannismo.
Internet ha avuto un effetto sulle modalità di fruizione della musica, questo è innegabile, ma non quello che tutti hanno indicato e condannato: è l’abbattimento dei costi di circolazione delle merci; i cd ormai si possono acquistare su internet, la rete permette di eliminare uno o più passaggi fra il produttore-distributore ed il consumatore con notevoli risparmi sul prezzo di acquisto. Non solo, ma per esperienza personale c’è un altro fattore da non sottovalutare, specialmente per gli Europei ed è la svalutazione del dollaro (ancora sopravvalutato stante la pericolosa situazione dello straripante debito gemello degli Stati Uniti), che consente di acquistare prodotti audio-video con un risparmio anche del 30-40%, su un mercato che offre una grande e diversificata disponibilità.
C’è un’altra questione che non mi convince ed è il costo dei cd. Oramai gran parte del catalogo esistente si trova a prezzi contenuti, il mercato dell’usato, anche se non diffuso e capillare come quello anglosassone, lascia degli spazi di risparmio.
Si afferma spesso che la musica scaricata da Internet sia gratuita e quindi “ingiusta” in quanto non remunererebbe gli autori e gli esecutori della stessa, nulla di più falso: la musica scaricata non è gratis perché bisogna considerare varie voci di spesa come l’ammortamento di un pc (che comunque non viene utilizzato solo per fregare l’industria musicale), di un modem ADSL, l’abbonamento per una connessione a banda larga (che poi lo sia solo nominalmente è secondario….), il consumo elettrico, l’acquisto di supporti per fruire la musica (dischi rigidi esterni, penne usb, lettori MP3, nonché il caro vecchio CD-R). Quindi ci sono diversi capitali che ci guadagnano dalla pratica del download. Dirò di più: alcuni di essi prendono con una mano ciò che gli sfugge dall’altra. Un nome su tutti, il gruppo Sony , da qualche anno colosso dell’industria discografica e da molti lustri colosso dell’elettronica hi-tech.
Quindi perché i morti di fame delle case discografiche non vanno a bussare alla porta della Telecom o della LG o della Sony o dei produttori di pc come la Macintosh? Meglio di no, tiriamo avanti con Renato Zero e Claudio Celentano e rompiamo i coglioni a quei delinquenti con l’acne.
C’è un altro episodio che vorrei riportare all’attenzione, sintomo della miopia, del poco rispetto verso gli acquirenti, della scarsa intelligenza della “classe dirigente” della musica. Qualche anno fa la CBS lanciò sul mercato il copycode, un sistema che inseriva un buco, un errore, nelle frequenze registrate su cd per contrastare la diffusione delle cassette digitali DAT lanciate dalla Sony; sapete come andò a finire? La Sony si inghiottì la CBS in un sol boccone. Ma la storia si trasforma in farsa quando si reitera: qualche tempo fa la Blue Note (gruppo EMI) ha provato a reintrodurre il copycode come sistema anticopia, con il risultato di far imbestialire molti consumatori, e perché mai? Gli sfortunati possessori di riproduttori non di ultima generazione si sono ritrovati fra le mani dei cd inascoltabili proprio perché pieni zeppi di errori nela sequenza di bits che i lettori non riuscivano a correggere con sistemi digitali obsoleti. Non solo, ma ho sperimentato personalmente l’inutilità di tale sistema, duplicando più di un cd con il mio desktop assemblato vecchiotto e con il software Nero Burning Rom. Conseguenza di ciò: acquirenti imbufaliti (basta andare sul forum del sito della Blue Note dove si invita al boicottaggio), negozianti scontenti che hanno dovuto rimborsare loro il denaro e che hanno dovuto svendere a prezzo di costo i cd, industria gabbata, ed aggiungo io, grande perdita di immagine e di fiducia presso il pubblico, se mai ne hanno avuta.
Oltre a questi fattori strutturali ci sono poi una serie di considerazioni antropologiche e culturali che non si possono sottovalutare. Stiamo assistendo ad una certa stasi creativa generalizzata, ad un crescente scadimento della proposta musicale, accompagnata da una pletora di offerte musicali. Sperimentato il silenzio assoluto (che non esiste, vero John?) ed il rumore bianco, il suono prodotto artificialmente, le più curiose commistioni, sembra che non ci sia più nulla da proporre, è così? Pare che si stia attraversando un periodo storico di ricreazionismo per citare Anthony Braxton, in attesa dei nuovi geni. Quindi ritengo che la pratica del download per ascoltare prima di acquistare un prodotto musicale sia una legittima forma di difesa di un fruitore che oramai viene sommerso di immondizia, con la connivenza di giornalisti ed editoria compiacente, strettamente legati in un abbraccio mortale. Non ho bisogno di ricordare le pagine de L’imperialismo del liberale inglese John Hobson, in cui si accennava al controllo esercitato sui giornali dai grandi capitali attraverso l’acquisto delle pagine per le inserzioni pubblicitarie (non vi ricorda qualcosa che succede anche in Italia?).
Altro fenomeno da non sottovautare è il cambiamento dei consumi fra gli adolescenti che preferiscono spendere le loro magre, ma strategiche per il mercato, finanze per la telefonia ed i videogiochi o l’abbigliamento casual.
Ma all’inizio accennavo a due maniere di affrontare il discorso. Beh, qual è il secondo? Ma è facile: si fottano la SIAE e le grandi major della musica!
Se c'è una cosa che il calice dei perdenti, la sconfitta, ci può insegnare è che la ricerca non finisce mai. John Cale è il perenne outsider che ha sempre e solo assecondato il suo istinto, le sue molteplici inclinazioni, senza mai cedere a volgari compromessi: nessuno ha influito in maniera così determinante, come musicista, autore, produttore e talent scout, su quel cencio che continuiamo a chiamare rock da una prospettiva colta e avantguarde come questo gallese di genio. Figlio di un minatore e di una maestra John Davies Cale nasce in Galles nel 1940 (o nel 1942 come riporta un'altra fonte). Bambino prodigio alterna pianoforte, con cui si esibisce già ad otto anni in un reportage della BBC, alla viola. Nel 1960 si trasferisce a Londra con la famiglia e va a studiare musicologia al Goldsmith College: qui approfondisce la conoscenza della musica elettronica con H. Searle, ma ciò che probabilmente segnerà il suo approccio alla musica è l'incontro con il compositore, “agitatore culturale” maoista e pianista Cornelius Cardew (1936-1981), il quale è stato un collaboratore di Stockhausen a Darmstadt, e ha rappresentato la testa di ponte in Europa di alcuni dei più importanti esponenti della cosiddetta “avanguardia” americana (come diceva Edgar Varèse “non esiste un'avanguardia, c'è solo della gente in ritardo”), essendo loro amico ed esecutore: mi riferisco a John Cage ed a Morton Feldman. Nel 1963 Cale, grazie ad una borsa di studio messa a disposizione da Leonard Bernstein ed all'interessamento di Aaron Copland, si trasferisce nel Massachussets all'Eastmen College di Tanglewood, dove studierà la musica contemporanea con il monumentale Iannis Xenakis. Ma insofferente a qualunque accademia il nostro a New York si getta nelle grinfie dell'antiaccademico per eccellenza, John Cage: una tappa fondamentale è l'esecuzione, insieme ad altri dieci pianisti, di una delle più famose composizioni di Erik Satie Vexations, una pièce in cui bisogna ripetere un pattern di 180 note per 840 volte. L'esecuzione durerà 18 ore e 40 minuti e naturalmente farà scalpore. Nel 1964 John farà un altro incontro che segnerà indelebilmente il suo stile strumentale alla viola: entrerà a far parte del Dream Syndicate di LaMonte Young, laboratorio musicale del suono ripetitivo più esasperato (quello che la pubblicistica superficiale chiama minimalismo), dove la disciplina della “corretta intonazione” e la passione mistica per la ricerca sul suono trovano un sostegno nella pratica del bordone (tecnica adottata in molte delle musiche folcloriche di tutto il mondo, che consiste nel sostenere costantemente il suono di una nota in accompagnamento alla melodia). Negli stessi anni conosce un tipo che scrive canzoni rock per una piccola edizione musicale, si chiama Lou Reed. Dall'incontro di John con Lou Reed, Sterling Morrison e Angus McLise nascono i Velvet Underground: il nome glielo troverà il violinista Tony Conrad (un altro membro del Sindacato del Sogno), prendendolo da un romanzo sadomaso. L'incontro fatale sarà però con l'icona dell'arte contemporanea, Andy Warhol, che nell'orgia di peace & love della controcultura americana di quegli anni, propone i Velvet Underground nel suo spettacolo “multisensoriale” Exploding Plastic Inevitable come ensemble dal suono urticante e decadente e dall'immagine pubblica scontrosa ed enigmatica. Cale inciderà i primi due favolosi dischi, suonando basso, viola e pianoforte: Velvet Underground & Nico e White Light White Heat, incisioni in cui l'approccio sperimentale del gallese farà da contraltare all'anima genuinamente rock & roll di Reed ed all'algido eloquio di Nico. Sarà Reed ad estromettere Cale dal gruppo perché probabilmente ne temeva il carisma. Ma il nostro non ne soffre più di tanto ed inizia la sua carriera solista che lo vede impegnato su vari fronti. Dopo un primo disco, Vintage Violence, in cui con spirito sincretico sono condensati i molti talenti che Cale è capace di esprimere (ballate folk-rock, country, pezzi acustici decadenti come Amsterdam un esercizio per sola viola che non può che riportare alle origini del Sogno), le due incisioni fondamentali che segnano la poetica di Cale sono Academy in Peril e Fear. Il primo è un'opera in cui il talento per l'orchestrazione (le esecuzioni sono affidate alla Royal Philarmonic Orchestra) e la passione del gallese per la musica romantica trovano ampio sfogo in solenni deliri pianistici: pezzi come Brahms, John Milton e Three orchestral pieces nella loro cupa retorica sono colmi di riferimenti alle atmosfere laceranti di un poema sinfonico. Invece Fear, introdotto dal viso scheletrico e rimbaudiano di Cale in copertina, è caratterizzato da un'attitudine rock decisamente più marcata, ma con il solito aplomb anglosassone distaccato, senza farsi inguaiare più di tanto: coadiuvato da Brian Eno e Phil Manzanera il nostro eroe tira fuori la sua miglior prova come autore di canzoni, esibendo nervose ballate rock condotte dal pianoforte, alternate ad un pop colto e malinconico dove Cale può indugiare su arrangiamenti raffinati. 